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Damn you, September!

TBC NO GRAZIE!

kon-igi:

Grazie al cazzo, Grillo.
Come se ci volesse un comico virologo per commentare l’ovvio.

Vogliamo ricordare a Grillo che, sebbene i 2/3 di persone affette da TBC siano stranieri, dagli anni ‘90 stiamo assistendo a un decremento del numero di ammalati tale da essere classificati tra i paesi a bassa endemia (10 casi ogni 100.000 abitanti)?

Lo diciamo a Grillo che 'gli strumenti minimi di profilassi non forniti alla polizia' non vuol dire che debbano indossare tute NBC con respiratore e usare docce chimiche ai composti clorati ma che per la TBC bastano guanti e mascherina (Sorpresa! Ce li hanno già!).

Glielo insegniamo a Grillo che per ammalarsi di tubercolosi devi avere un contatto diretto e prolungato con un portatore di TBC in fase attiva? Che per quanto rognosa come tempi di cura, è una patologia che può essere curata con un mix di antibiotici che rendono il paziente non infetto dopo tre settimane? Che è una patologia mortale solo in paesi senza accesso diretto a questi farmaci?
E che, soprattutto, per quanto di difficile diagnosi, esistono tutta una pletora di esami cutanei ed ematici per diagnosticarla in tempi ragionevoli?

Suggerimento per un protocollo che magari viene già seguito nei Centri di Accoglienza:

  1. Test di Mantoux su tutti gli immigrati.
  2. Esame obiettivo e RX polmonare sui positivi per escludere gli immunizzati che hanno reagito al test.
  3. Esami ematici culturali sui pazienti sospettati di essere portatori 
    ( gianlucavisconti, non esistono nuove metodiche veloci per rilevare il DNA batterico e l’interferone γ?)

Perché gli immigrati ci contageranno con la tubercolosi un po’ come gli ebrei corrompevano gli ariani.

Fonte: [X] (bellamente ignorata da Grillo)

meno male che c’è Kon

A forth in The North

untitled-boy:

Game of Thrones deaths in 8-bits

(via serialmente)

anarcho-queer:

Visualizing Occupation: Children Under Israeli Legal Regime

(via adciardelli)

Civili

Si chiama roof knocking, bussare sul tetto, e funziona così: un missile senza carica esplosiva, o con una carica molto debole, colpisce il tetto di un’abitazione dove l’esercito ritiene siano nascosti razzi o esplosivi. Le persone che vivono nell’ediicio hanno alcuni minuti per scappare. Poi arriva una seconda bomba, questa volta con l’esplosivo, che rade al suolo la casa. Non sempre tutti riescono a mettersi in salvo in tempo. E capita anche che lo stesso missile di avvertimento uccida delle persone.
I video sono impressionanti. L’inquadratura è issa su un groviglio di palazzine. Si sente il sibilo di un missile, si vede l’impatto sull’ediicio, che subisce qualche danno. Poi voci concitate, uomini e donne che urlano. Pochi minuti dopo, un altro ischio, ma stavolta l’esplosione è violenta, e dalla nube di calcinacci e detriti si capisce che la casa è stata distrutta. Fino a qualche anno fa, i militari israeliani usavano solo il telefono: una voce annunciava l’arrivo della bomba. Però non funzionava sempre, quindi sono passati al roof knocking. Ma non è per ragioni umanitarie che i civili vengono avvertiti.
I legali dell’esercito sostengono che se gli abitanti di una casa sono avvisati e non vanno via, possono essere considerati “danni collaterali legittimi”. In base a questa interpretazione della legge, le vittime civili diventano scudi umani. Ma naturalmente è – o dovrebbe essere – sempre illegale colpire i civili, anche se per avvertirli. “Allora preferite che non li avvisiamo?”, ribattono i militari a chi critica il roof knocking. “Chiedere di scegliere il male minore a partire da una serie di opzioni limitate è sbagliato”, spiega l’intellettuale israeliano Eyal Weizman, “e chi pone questi dilemmi lo fa sempre da una posizione di potere e su questioni che riguardano la vita e la morte di altri”. Weizman sottolinea che i missili sempre più precisi uniti alla giustiicazione legale degli avvertimenti hanno dato all’esercito israeliano lo strumento per colpire “obiettivi senza nessuna rilevanza militare, in zone densamente ediicate in cui vivono molti civili”.

Giovanni De Mauro, Internazionale n. 1060

Amira Hass. Vivere sotto assedio

scrokkalanotizia:

Una scena spiega tutto: i partecipanti alla “conferenza di pace” organizzata da Ha’aretz a Tel Aviv costretti a lasciare la sala in fretta e furia. Era stato appena annunciato il possibile arrivo di un razzo da Gaza. Solo un uomo è rimasto seduto tra le sedie vuote: Yuval Diskin, ex capo dello Shin bet, i servizi segreti interni. Diskin sa bene che la probabilità di essere colpiti a Tel Aviv da un razzo proveniente da Gaza è pari a zero.

Qualche ora dopo mi sono ritrovata a camminare sul lungomare, pensando a quanto siano vicine le rive di Gaza. Poi ho assistito a un’esplosione in cielo. Un altro razzo era stato intercettato dalle moderne difese israeliane. Eppure nelle zone più vicine a Gaza, nel sud del paese, gli israeliani hanno paura. Da quelle parti i razzi (più di duecento in meno di due giorni) possono uccidere. Ma a differenza dei palestinesi, gli israeliani possono contare sui rifugi blindati.

Finora nessun israeliano ha perso la vita in questo nuovo conflitto. I morti palestinesi sono almeno 43, in maggioranza civili. “Ma per noi continuare a lanciare razzi mentre Israele ci attacca è già una vittoria”, mi ha spiegato un amico di Hamas. Per quelli come lui è una questione di dignità. La vita sotto assedio è così umiliante che la morte è una scelta più onorevole. Quando gli ho chiesto perché si ostinano a giocare una partita militare in cui Israele è nettamente superiore, mi ha risposto così: “Perché nient’altro ha funzionato. Né la diplomazia né l’opposizione pacifica”.

L’articolo, tradotto da Internazionale, è di qualche giorno fa.

Oggi è il 7° giorno che Israele bombarda i civili palestinesi e le vittime sono 172.

Dettagli inutilissimi di Lille, Nord.

featuring the bride to be e un sacco di burro e birra in corpo.

Afterlife - Arcade Fire

quelle canzoni che le senti 1000 volte e niente, poi le senti dal vivo e ci rimani sotto per un mese.